Berdych lo sfidante: il top ten che non ama il top spin





Quest’anno sarà quasi sicuramente tra gli otto più grandi, e parteciperà ai “giochi” di Londra per la Masters Cup. E, anche se in questi dodici mesi non ha vinto nessun titolo, il 2010 è di certo il suo anno migliore in carriera, fino a questo momento. Stiamo parlando di Tomas Berdych, semifinalista al Roland Garros e soprattutto finalista a Wimbledon in una stagione in cui ha dimostrato di poter arrivare molto in alto.

Avrà pure “fallito” nella stagione estiva americana, e soprattutto nello Slam (dove è stato eliminato al primo turno), ma intanto si prepara alla trasferta londinese con un bilancio stagionale di tutto rispetto. Dopo il suo exploit giovanile (numero 9 a 20 anni, dopo aver vinto Parigi Bercy nel 2005), si era stabilizzato intorno alla ventesima posizione. Sembrava dover restare un giocatore da seconda fascia, e invece quest’anno ha sorpreso tutti con una grinta, e soprattutto risultati, degni di un top ten.

Mezzadri: bravo, ma troppo “al limite”
“In questa stagione ha dimostrato di avere ottime qualità” dice Claudio Mezzadri. “Semifinale al Roland Garros e finale a Wimbledon sono due risultati che solo un grande giocatore si può permettere. Poi però, dopo l’exploit londinese, il suo calo è stato evidente. Di certo è un giocatore che ha ottime qualità, ma può anche avere raggiunto il suo massimo. E’ un atleta che ha un ottimo tennis, ottimi colpi. Ma il suo è anche un gioco ad alto rischio. Gioca troppo al limite della riga. I suoi colpi di piatto gli danno, diversamente da quelli ruotati, poco margine di errore. E così la continuità diventa molto più difficile da mantenere. Ecco dunque spiegato, secondo me, il crollo del post Wimbledon. Di sicuro è migliorato dal punto di vista mentale, ma credo anche che sia il tipico tennista da picchi incredibili e rovinose cadute. Penso al match vinto da lui contro Federer a Londra. Tirava in maniera incredibile su tutte le palle. Sembrava davvero invincibile. Ma un gioco così, alla lunga, presenta dei limiti. Come stiamo vedendo”.

Radek racconta Tomas
Nel circuito, Berdych non ha fama di grande simpatia, ma… potrebbe forse anche essere semplicemente un po’ di scontrosità legata a un carattere fondamentalmente timido, come sembra di capire da quello che dice uno che gli sta spesso vicino, il suo compatriota e compagno di doppio Radek Stepanek. “Conosco Tomas da quando giocava nella categoria junior, a Prostejov, ed è sempre stato un ragazzo molto tranquillo. Se era a un tavolo con venti persone, lui se ne stava lì in silenzio. Non era il tipo che intrattiene il gruppo, che fa il brillante con scherzi e barzellette”. Carattere schivo, insomma, che sembra abbia conservato anche dopo la sua doppia impresa tra il Roland Garros e Wimbledon. Di ritorno dal risultato mega, non si è buttato a festeggiare tra eventi e party, ma si è limitato a una conferenza stampa a Praga.

“Non c’era tantissima attenzione, come al ritorno della squadra di hockey dai Campionati del Mondo quest’anno, per esempio”, racconta Berdych a Deuce (il magazine dell’Atp). “Ma era un grande momento per il tennis ceko e io ho tenuto un bell’incontro con la stampa, mettendo in mostra il trofeo di Wimbledon. Forse, se avessi vinto anche quel match (la finale con Nadal), il richiamo sarebbe stato maggiore”.

Gilbert: tecnica ed evoluzione
Ma vediamo come descrive la sua carriera l’ex tennista, coach e adesso commentatore televisivo Brad Gilbert. “Ha vinto Bercy e poco dopo è diventato numero 9 al mondo, e a quel punto tutti hanno pensato che quello fosse solo l’inizio di una carriera folgorante. Poi, gli anni successivi è rimasto lì. Non ha fatto niente di diverso per un lungo periodo. Negli ultimi mesi invece si è messo a lavorare sodo, a lavorare sul piano fisico e atletico, e ha raggiunto una forma molto migliore. Ha migliorato tantissimo il suo modo di spostarsi in campo. Quella era una sua debolezza. Migliorando i movimenti e aumentando la potenza, ha acquisito fiducia. Non va subito alla ricerca del vincente come faceva prima. Adesso sa di poter contare sulla sua capacità di muoversi molto meglio in campo. Può far partire l’attacco da posizioni molto migliori nel court e la sua gamma di colpi è molto cresciuta”.

Una svolta di nome Krupa
La decisione, a gennaio, di cambiare coach e di assumere Tomas Krupa, che aveva lavorato per sette anni con Stepanek, molto più vario di lui nel suo gioco, è stato un momento cruciale nella sua carriera. Oltre a migliorare il movimento, Berdych ha aggiunto al suo repertorio un efficacissimo rovescio in slice e non ha più paura di scendere a rete. Anche l’ex giocatore di Krupa, Stepanek, vede bene i miglioramenti del nuovo “allievo” del suo coach: “Lavorando con il mio ex allenatore, Tomas ha imparato a fare punto in modi diversi, compresa la discesa a rete, non soltanto con il suo grande diritto. Aggiungere queste piccole cose a un grande servizio e al suo ottimo gioco da fondo campo, che già aveva, ha fatto la differenza. Tomas è anche molto maturato e si vede nel suo approccio mentale al match. Prima cercava scuse quando aveva dei problemi in campo: accusava una chiamata sbagliata o il vento, o qualsiasi cosa. Ha smesso di farlo, e si concentra su ogni punto”.

“Si può vincere anche senza topspin”
Con il suo diritto, Berdych si inserisce nel gruppo dei big players che fanno del “piatto” la loro forza: Soderling, Cilic, Del Potro. Rafael Nadal ha nel topspin estremo la sua forza, Roger Federer, Novak Djokovic e Andy Murray hanno anche loro uno spin molto pesante. E sono indiscutibilmente i migliori al mondo. Ma Berdych fa parte dell’altra scuola: colpo piatto, e meno spin per guadagnare in ritmo. La parola d’ordine? Stare dentro il campo e lasciare andare i colpi.

“Molti di noi non sono giocatori come Rafa, che si muove eccezionalmente bene e gioca alla grande in difesa, e quindi dobbiamo avere qualcosa in più”, racconta Berdych. “Cerchiamo di usare i nostri migliori punti di forza”. E Stepanek precisa: “Quando prendi la palla con anticipo e colpisci piatto, togli tempo all’avversario, che ha bisogno di qualche frazione di secondo in pià per essere pronto a mettere il suo topspin. Metti pressione al tuo avversario”.

Potenza, tecnica e versatilità
Come tutti i top ten, anche Berdych è riuscito ad adattare con successo il suo gioco a tutte le superfici, come ha dimostrato arrivando in finale a Miami, sul veloce, e con le sue prestazioni al Roland Garros, sulla terra rosso, e a Wimbledon, sull’erba. I suoi successi su tutte le superfici possono essere ricondotti ai suoi anni giovanili, quando giocava outdoor su terra nei mesi caldi, e stava indoor, sul duro, nella stagione fredda. “Cambiavamo terreno con il cambiare delle stagioni” spiega. “A quell’epoca, ancora non pensavo che la varietà delle superfici su cui giocavo mi avrebbe aiutato in futuro, ma penso che sia stato così. I giocatori oggi sanno che se vogliono essere tra i migliori al mondo non possono essere ‘specialisti’, devono saper giocare dovunque”.

Grazie a papà e mamma
Ma nella crescita di Berdych è stato molto importante anche il sostegno dei suoi genitori a buttarsi interamente nello sport. Nonostante i due fossero professionisti affermati (ingegnere papà Martin, medico mamma Hana), hanno sempre appoggiato il suo desiderio di far carriera nel tennis. “All’inizio mio padre non pensava che sarei diventato un giocatore professionista, ma lui ha sempre amato lo sport e mi accompagnava tutti i giorni in campo. Dovevo anche studiare, ma mia madre scherzava dicendo che non c’era speranza che io diventassi un medico. All’età di 10 o 12 anni mia mamma mi disse: ‘Fai quello che vuoi nella vita, ma non cercare di essere un medico’. E’ il motivo per cui ho cominciato a fare il tennista. Credo che lo sport sia molto meglio”.

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Scritto da isa il ott 26 2010. Registrato sotto Articoli, Parla Claudio Mezzadri, Tomas Berdych. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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