Federer è alla finale numero 22 in uno Slam
Ma Murray cerca la rivincita dopo New York

Al microfono di Jim Courier, per concedere l’ennesima intervista da vincitore, al margine della Rod Laver Arena, Roger Federer ci va più rilassato che mai, dopo il devastante 6-2 6-3 6-2 rifilato a uno smarrito Tsonga in semifinale. E poco dopo, in sala stampa, quello che oggi è il candidato più credibile alla vittoria della finale di domenica (per lui è la ventiduesima in uno Slam), appare ancora più disteso, sicuro di sè, disinvolto. Vincente. Roger Federer si sente sicuro del suo tennis, dice che non si aspettava un risultato così, che vincere in questo modo è grandioso.
Naturalmente aggiunge subito dopo che questo è probabilmente il match più facile mai giocato da lui contro il francese (non è che i precedenti siano un granchè: i due si sono incontrati nel 2009 ai quarti in Canada, dove vinse Cassius-Jo, e nel 2008 a Madrid ai sedicesimi, dove il vincitore fu Federer), che Jo è un giocatore ricco di talento, con un potenziale grandioso, e che di sicuro lo vedremo fare grandi cose in futuro. Mettendo da parte i convenevoli di rito, Federer contro Tsonga è stato semplicemente perfetto. Si è ritrovato di fronte un avversario svuotato di energie, ma ha saputo fare i colpi giusti anche davanti ai suoi attacchi forsennati, quando, di tanto in tanto, il combattente Jo Tsonga risorgeva a sprazzi.
Sentire la palla
“Fin dall’inizio sentivo che colpivo bene la palla, anche se nel riscaldamento non avevo avuto particolari sensazioni. Ma mi sentivo bene. E allora non ho aspettato: ho avuto subito l’occasione per prendermi il break. E l’ho fatto”. Si sente, ed è, talmente al top del tennis, che riesce a scherzare sulle aspirazioni dell’ultimo rivale, Andy Murray, di arrivare finalmente a portare in patria, nella patria del tennis, la Gran Bretagna, un titolo dello Slam. L’unica volta che i due si sfidarono in una finale Slam fu nel 2008 a New York: vinse Roger in tre set.
Regno Unito: 74 anni senza uno Slam
Un giornalista britannico gli chiede: “Sono passati soltanto 74 anni da quando abbiamo vinto l’ultimo Slam”. E lui: “Quanti anni avevo detto, invece, io?” “150mila”. “Ho sbagliato di poco”, replica con un gran sorriso. “Puoi immaginare cosa significhi per una nazione dover aspettare così tanto per vincere uno Slam?”. “Ma avrebbe anche potuto essere tra le nazioni che non hanno mai auvto un campione del Grande Slam”. “In effetti ci sentiamo così”. “No, non è così”, scoppia a ridere Roger. “Penso che lui, Andy, abbia fatto davvero bene, sostenendo la pressione, soprattutto considerando quella che gli viene dai media in Inghilterra. Quindi credo che sia stato grande, con tutta quella pressione che gli hanno messo addosso. Io penso che una volta che il tuo gioco è abbastanza buono, allora riesci a cavartela anche nelle tue cattive giornate, ed è quello che lui è riuscito a fare qui agli Australian Open. E’ a un match dalla vittoria. Io cercherò di fare in modo che questa non ci sia… Stiamo a vedere come andrà”.
Il favorito
Chi gioca contro di te di solito non ha niente da perdere. Andy è in una posizione un po’ diversa. Pensi che questo lo condizionerà? “Non saprei. E’ alla sua seconda finale in uno Slam. Penso che la prima sia sempre un po’ più difficile della seconda. Ma il fatto che la prima non l’abbia vinta, credo che non aiuti. In più deve giocare contro un giocatore che ha già vinto parecchi Slam in passato, che ha vinto qui per tre volte, quindi io so cosa occorre e come fare, e questo è di sicuro un vantaggio. Io non sento particolare pressione, perchè questo risultato l’ho già raggiunto in precedenza. Penso che per lui sia davvero più difficile. E quindi credo che la pressione sia tanta. Ma vedremo come riuscirà a sostenerla. Non sarà facile per lui, questo è certo. Io so che adesso non voglio perdere il mio ultimo match. Quindi farò il possibile per rendere la vita dura al mio avversario. Spero di giocare un altro buon match. Sono dove avrei voluto essere. Tornare in una finale Slam per me è un’esperienza sempre molto eccitante”.
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